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Di seguito invece l'intervista realizzata dalla
galleria Perosa Arte all'autore.
Come sei diventato disegnatore di
fumetti?
L’esperienza alla Scuola del Fumetto ha
influenzato e orientato il mio percorso artistico verso un tratto
decisamente realistico. Ma andiamo con ordine… tutto inizia nei
lontani anni settanta quando un piccolo bambino dai capelli ricci
(allora avevo anche i capelli!) passeggiava con il nonno per un
sentiero di montagna. D’un tratto uno strano verso di animale,
probabilmente un cane, turba la tranquilla passeggiata. “Nonno… che
animale è?” “Una giraffa” risponde sornione il nonno senza sapere di
aver innescato un processo inarrestabile di curiosità nella mente
del bambino. “ E come è fatta la giraffa?” insiste il piccoletto.
Così preso un foglio di carta e una matita il nonno fa una magia…
disegna una giraffa.
Ancora oggi inseguo quella splendida magia.
Quali sono le tue fonti di ispirazione?
Ho sempre amato la linea chiara, quindi tra i
miei autori preferiti ci sono senz’altro tutti i grandi di quella
scuola, da Moebius a Manara, fino ai recenti autori bonelliani. Però
adoro anche Frezzato, Serpieri, Pratt, Liberatore, Miller, Pazienza
e Milazzo
A quale esperienza nel campo dei comics sei
più legato?
Sono stato letteralmente folgorato dalla poesia
di Tiziano Sclavi e credo che Dylan Dog abbia rappresentato un punto
di riferimento oltre che per me anche per molti altri aspiranti
autori di fumetti. Incontrai Sclavi alla Bonelli; avevo vinto un
concorso per fumettisti in erba indetto dal mensile “Tutto” e Mauro
Marcheselli, redattore di Dylan Dog, stava valutando i miei lavori
quando entrò Sclavi, avvolto in una lunga mantella verde scuro, con
un paio di scarpe Clark dai vistosi lacci arancione. Non gli dissi
niente, gli strinsi solo la mano; loro parlarono qualche minuto e
poi lui si dileguò di nuovo da dove era venuto, come una figura
eterea. Mi colpì molto. Da allora cominciai scrivere un mio
fumetto.
Quindi hai inventato personaggi e
storie?
Sì, ho creato una vera e propria trilogia, che
poi ho chiamato “Trilogia del Giorno” (Edizioni Saviolo), dai titoli
dei tre volumi (“Domani è un altro giorno”, “Il giorno perfetto”,
“La fine del giorno”). Lo spunto nasce sicuramente dal mio amore per
le situazioni claustrofobiche. I personaggi che si muovono
all’interno della trilogia sono costretti a vivere rinchiusi come in
una gabbia, la gabbia del giorno, nella stessa unità di tempo e di
luogo, in una situazione apparentemente chiusa e senza vie d’uscita.
Questo giorno sembra non finire mai e i protagonisti non riescono
mai a fuggire dal luogo in cui si ambientano le vicende che è la
città dove abito, una Vercelli ricostruita in parte con scenografie
realmente esistenti.
E poi ci sono le mie paure, quelle di bambino,
più che altro la paura del buio. Finché c’è la luce tutto va bene,
ma quando si spegne dal buio possono uscire i mostri… il tutto
condito con cinema horror splatter di serie b, pellicole come
Nightmare, Venerdì 13, Halloween… e naturalmente mescolate con Dylan
Dog. Insomma un calderone di cose che mi piacciono visto che sono
fumetti in cui l’editore mi ha dato la più totale libertà espressiva
senza vincolarmi da esigenze puramente commerciali.
I tuoi progetti per il futuro?
Al momento non ho fumetti all’orizzonte perché
sono assorbito completamente dal mio lavoro principale, quello di
illustratore per Mondadori, ma vorrei riprendere al più presto il
mio personaggio di Laura Melies per una miniserie sempre edita da
Saviolo
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